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lunedì, dicembre 24, 2007 at 12:18PM No, non la canzone straordinaria dei Pearl Jam, e neanche quella a Babbo Natale, di lista, che l’ultima, di lettera che scrissi, venne consegnata come tutti gli anni al giocattolaio di fiducia (il Sor Carlo, buonanima, che era già stravecchio quando io ero piccolissimo, ma aveva un negozio in grado di regalarmi emozioni che nessun’altro luogo in vita mia). Quella lettera, saranno passati, mah, 25 anni, venne imbucata in una cassetta apposita che il Sor Carlo tutti gli anni metteva nel suo negozio e che poi sarebbe stata recapitata a Babbo Natale in persona il quale, naturalmente in quegli anni arrivava puntuale e sempre - sempre - clamoroso e veramente felice.
Quella lettera, dicevo, qualche giorno dopo la consegna finì aperta ed esposta in una vetrina del negozio (all’epoca, evidentemente, dovevo avere qualche capacità artistica perché altrimenti non si spiega il fatto che il Sor Carlo avesse deciso di esporla in vetrina). Con mia disperazione, naturalmente, che me ne stavo appiattito con le mani aperte sulla vetrina in lacrime inconsolabili, per strada, a vedere la mia lettera che una volta finita lì non sarebbe ovviamente mai stata recapitata a Babbo Natale con tutto quello che ne poteva conseguire. C’era mia madre a consolarmi e a inventarsi chissà cosa per spiegarmi che sì, in qualche modo che non ricordo più, quella lettera sarebbe arrivata comunque a destinazione. E i regali che avevo richiesto, se avessi fatto il buono e smesso di piangere, pure.
Quella fu l’ultima di lettera a Babbo Natale, dicevo, e finirono ben presto anche i Natali felici. Che dalla scuola delle suore sarei uscito pochi anni dopo con dei buoni voti, almeno un’ossessione e soprattutto il minimo della fede. Quest’ultima cosa peraltro consolidatasi ripetutamente e a varie stratificazioni negli anni.
Alla perdita del motivo principale per festeggiare il Natale, pertanto, ovvero quello religioso, si è aggiunto poi tutto il filone degli studi adulti sul materialismo e affini e dunque - è evidente - anche il motivo relativo all’aspetto prettamente pagano, ovvero i regali, è conseguentemente diventato l’aspetto principale per il quale ho iniziato da anni ad avere un vero e proprio odio.
Se a questo si aggiunge la deflagrazione della mia famiglia avita, in conseguenza della morte di mia madre pochi anni addietro, è chiaro che non esiste un motivo che sia uno per il quale io possa pensare di avere un minimo di felicità per le feste imminenti.
Se proprio mi dovessi sforzare, ecco, chiederei un saio. Un saio vero, magari comperato nel negozio che sta sulla strada tra Piazza Argentina e il Pantheon, che vende paramenti sacri e cose del genere.
Ecco, un saio mi servirebbe proprio. Anche senza cilicio.
Mi serve per una cosa che ho in mente. O forse che ho dentro. E che non è - evidentemente - una folgorazione religiosa.
Si tratta piuttosto di un rito pagano che potrebbe rendere sacra, in qualche modo, la mia vita.
Ma Babbo Natale non esiste. E il negozio che frequentavo da bambino, privo del suo Re ormai andato in un Paradiso pieno di angeli bambini che gli fanno il girotondo intorno, ne sono sicuro, adesso si chiama Zio Charlie in memoria evidente del Sor Carlo che fu. Solo che il proprietario è un cinese. Dunque andasse affanculo insieme al Natale, al materialismo, alle luci agli addobbi alle feste alla sopportazione dei parenti e dei parenti dei parenti, al 7 e mezzo, ai regali e ai sorrisi coatti.
Raindog 

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