Entries in Ribellione (21)

11:27AM

Parigi grigia e affascinante

Sono qui, questi giorni, insieme ai miei sodali, per una delle interviste che ho sempre sognato di fare da quando faccio questo mestiere (e parliamo quasi ormai di una quindicina d’anni): si tratta di uno di quelli che io considero tra i più grandi intellettuali viventi. Uno che mi ha cambiato la vita, insieme a Massimo Fini. 

Parigi è fredda e scura, quasi diafana stamattina. I croissant sono sempre troppo diversi e più buoni di quelli di Roma. E ogni volta scopro qualche formaggio strepitoso.

Stasera, se tutto sarà andato bene, festeggeremo il tutto al Loucheben (e non ci sarà limite di prezzo al vino).

Ma prima dobbiamo fare in modo - la mia tropue, l’interprete e soprattutto io - di fare una intervista alla grande.

Alain de Benoist, e la sua biblioteca privata di 180.000 volumi, ci aspettano.

6:25PM

Fatto! (nel senso che ora sono un uomo libero)

Non del tutto. Ma insomma… non c’è paragone.

Appena torno vi dico (sì perché come prima mossa parto. A lungo. Poi torno e vi dico).

12:18PM

Lista dei sogni

La cosa più difficile del sognare è re-imparare a farlo dopo che per anni ti hanno reso la vita difficile per farlo.

Cioè: è difficile depurarsi di tante stronzate, frustrazioni, stanchezze e velocità inutili per poter finalmente avere tempo, calma, energia, lucidità e spirito adatto a sognare. Ergo: prima cosa, fermatevi e riposatevi. Nulla può accadere. Avete tutto il tempo che volete (se quello che volete è davvero ribellarvi e cambiare) per ritrovare il mood adatto a sognare e giungere a un obiettivo fondamentale.

L’obiettivo è questo: ri-scoprire cosa vi piace fare, cosa vi emoziona. Riscoprire chi siete e cosa volete.

A me è servito tanto tempo: prima ero troppo incasinato e troppo inserito in questo meccanismo infernale. Era come se mi si fosse atrofizzata la capacità di emozionarmi, di desiderare, o cose del genere insomma ci siamo capiti.

Poi a un certo punto, dopo un bel po’, ho cominciato a riconoscermi e a riconoscere chi sono, cosa voglio, e cosa mi piace. E ho incontrato nuovamente alcune voglie che avevo e che per un verso o un altro avevo messo da parte sperando (erroneamente) che avrei trovato tempo e risorse attraverso il lavoro, per poterle fare in seguito. Errore clamoroso: la maggior parte di queste posso farle subito. Dunque devo. Perché aspettare? Aspettare cosa?

Insomma a un certo punto mi sono ricordato che per un motivo o un altro, oppure senza motivo ma semplicemente perché sì, una volta avevo pensato (o sognato) di:

  • imparare il Francese
  • scrivere i tre libri che ho in mente
  • scrivere e mettere in scena almeno uno dei due spettacoli che ho in mente (anzi no: tutti e due. Perché no?)
  • passare un po’ di tempo in un monastero
  • fare la transiberiana
  • imparare ad andare a vela oltre che continuare a pilotare aerei
  • viaggiare per piacere e non per lavoro
  • fare un format audiovisivo un po’ strano
  • fare un format audiovisivo stranissimo
  • riprendere a fare uno sport seriamente
  • dirigere un giornale non conformista
  • re-iniziare a studiare il violoncello e riprendere in mano il sax
  • ricominciare a ballare il tango
  • imparare a parlare fluentemente il latino
  • riprendere a dipingere
  • riprodurmi: voglio fare (almeno) un figlio
  • veder crescere mio figlio (e non lavorare per pagare la baby sitter che lo vedrà crescere al posto mio)
  • organizzare un circolo culturale 
  • saper fare un orto

E soprattutto: riprendere a studiare. Non so un cazzo, infatti. O quasi. So qualche cosa di alcuni argomenti, ho qualche migliaio di libri ma sono anni che voglio riprendere tre tipi di studio: filosofia, storia e arte. E se ce la faccio anche architettura e antropologia. Ma queste ultime due dopo le prime tre.

Ecco, cosa diavolo sto aspettando? E soprattutto, ci vuole un piano.

Ordine, dunque. Ma domani: adesso ho altro di meglio da fare.

11:45AM

Le mie giornate (come proverò a fare che siano)

Innanzitutto proverò a eliminare il più possibile le cose che non vanno. Non vanno nel senso che mi stanno sulla palle (si può passare la vita a fare tante cose che stanno sulle palle? No: e infatti questo è il primo motivo della mia scelta di ribellione).

In secondo luogo proverò a fare il più possibile tutte le cose che mi sento di voler fare (si può passare una vita a non fare ciò che invece ti piacerebbe fare? No: e questo è il secondo motivo della mia scelta di ribellione).

Ma andiamo con ordine.

  • Non avrò più una sveglia e mi sveglierò solo quando i miei occhi si apriranno come due pop-corn, ovvero solo quando avrò smesso di sognare o di fare altre cose… insomma, deciderò da me quando svegliarmi e non sarà un rumore metallico a farlo per ricordarmi che c’è qualcuno che mi aspetta per un certo orario in un certo luogo. Il che comporta finalmente la possibilità, la sera, di fare il cavolo che mi pare sino all’ora che mi pare (anche ora è così, ma poi la mattina è un dramma a svegliarmi, così come è un dramma andare al lavoro mentre invece vorrei dormire ancora). Invece adesso decido io in base a quello che voglio fare io senza pagare dazi. Banale? Forse. Ma tant’è. E pure se è una cosa banale, mi pare che il 99% della gente, a questa cosa, rinunci.
  • Non subirò più il traffico della mattina né quello della sera. Il che significa riappropriarsi di qualche ora al giorno fino a ora buttata a soffrire. Pare poco in una giornata di sole 24 ore e in una vita intera? (Per non parlare dello stress e dell’intima soddisfazione di sapere che la maggior parte delle altre persone sono incazzate di brutto tra automobili, traffico, semafori o metropolitane e autobus con l’occhio sull’orologio mentre io nella peggiore delle ipotesi sto ciabattando dentro casa a leggere i giornali che il mio portiere mi ha consegnato dietro la porta di casa oppure ancora dormendo oppure a fare il cavolo che mi pare)
  • Non avrò più un deficiente stressato a dirmi cosa devo o non devo fare né i suoi figli o i suoi nipoti catapultati senza alcuna capacità o merito ai piani dirigenziali di una azienda: con divisa e riscatto sulla vita da scaricare sui propri dipendenti
  • Non prenderò più il caffè alla macchinetta puzzolente né andrò al bagno in una latrina né mangerò un panino asfittico di corsa all’ora di pranzo (anzi, l’ora di pranzo, probabilmente e per la prima volta ogni giorno od ogni volta che mi pare, sarà seguita da una clamorosa pennica pomeridiana mentre la maggior parte degli altri sbatte la testa sul computer, al lavoro, cercando di non addormentarsi ascoltando Fiorello)

Questo è certamente quello che non farò più, ma conto di scoprire anche altre cose, che forse adesso sono ancora troppo preso da queste catene e dunque molte altre cose probabilmente le scoprirò strada facendo, anzi, strada vivendo, del che, vi terrò aggiornati.

Mi rendo conto che questi sono tutti benefit che provengono da una unica rimozione: il posto di lavoro con orario e luogo fisso.

Ora si tratta di capire: quanto solo queste cose possono influire sulla mia qualità della vita?

E ancora di più, adesso, si tratta di capire cosa finalmente farò dopo aver rimosso tutta questa merda.

Il punto infatti è che i benefici più importanti non sono, evidentemente, quelli che ho scritto, ma altri…

Al tempo. Oggi ho fatto anche troppo. Domani, se mi andrà di farlo, altrimenti nei giorni seguenti, vi racconterò il resto. Che è - secondo me - il meglio.

11:17AM

Il dopo (come sarà)


Anche se prima, per un po’ avrò bisogno di questo…

11:16AM

Il prima

10:43AM

Una volta che hai chiaro in mente il tutto, si deve agire

Per forza.

Facciamo due conti: la pensione non la percepirò, probabilmente mi troverò a vivere in un mondo molto diverso da quello attuale e soprattutto mi pentirò amaramente, in futuro e se non avrò cercato almeno di cambiare strada, di non aver seguito cosa mi emoziona. Per cosa poi? Poca roba, in fondo e come ho (personalmente) dimostrato.

Come mi sentirò, cosa avrò ottenuto, come sarò tra uno, cinque o dieci anni se non avrò seguito cosa mi emoziona?

E insomma come ho già scritto giorni addietro: l’inazione ha un prezzo troppo, troppo alto.

Naturalmente arrivare a prevedere quanto ho scritto necessita di molto lavoro di spurgo dalle stronzate che ascoltiamo, leggiamo e vediamo ogni giorno, oltre a una buona biblioteca. Insomma bisogna selettivamente eliminare tutto ciò che inquina e non permette la nostra capacità di riflessione e giudizio. Cosa difficile a farsi, ma indispensabile - e anche avvincente, a dire il vero - se il cambiamento è ciò che si sente intimamente e se ciò che si vuole fare è agire in conseguenza invece di sonnecchiare senza (almeno cercare) di concludere qualcosa mentre la vita passa più o meno inutilmente.

A un certo punto, detto tutto questo, si ha ben chiaro in mente cosa non va e dunque si devono “cambiare le carte” (Cit.).

Cambiare il mondo nel quale si vive, almeno sul momento e rapidamente, non si può. Ergo c’è un’altra sola strada: cambiare noi stessi.

Meglio: non esistono ricette magiche (o sì?) ma una sana presa di coscienza.

E per attuarla, basta mettere a fuoco una sola cosa: cambiare i presupposti.

Altrimenti detto: diverso è meglio, se è più divertente e più efficace.

Ancora di più: se è più probabile che porti all’obiettivo (almeno un po’, rispetto alla certezza che ciò che si sta facendo, all’obiettivo non porterà mai).

Dunque: agire. Come? Lo vedremo passo passo.

1:48PM

Partiamo dal nodo cruciale: la paura più grande

Cosa potrà mai accadere?

Facile: prendete un foglio e una matita e descrivete lo scenario peggiore che potrebbe capitarvi (naturalmente collegato all’aspetto lavorativo-economico) lasciando il lavoro che fate adesso.

Così ho fatto io.

E lo scenario peggiore sarebbe quello di poter acquistare meno oggetti.

Se proprio dovesse andare tutto male, ma proprio tutto, il massimo che potrebbe capitarmi sarebbe quello di perdere la possibilità di acquistare un mucchio di altre cose oltre a quelle strettamente - strettamente - necessarie per la sopravvivenza. Riuscirei certamente, infatti, a sopravvivere facendo qualcosa. Nel mio campo intendo collaborazioni e cose del genere e nulla più: ed è lo scenario peggiore. Certo non potrei più acquistare tante cose. Dovrei affittare la casa per la quale adesso pago il mutuo.

Tutto il resto, tutto ciò che non ha prezzo, ovvero tutto ciò che è di reale valore, rimarrebbe intatto. Di più, tutto ciò che richiede il tempo che adesso non ho, aumenterebbe.

Naturalmente non perderei la pensione, in quanto quella è già un pezzo che l’ho persa (a meno di non saper leggere la realtà attuale delle cose). E anche sperando di poter percepire una pensione tra trenta anni (se mi va bene), la cosa vale una vita intera di lavoro?

Naturalmente no: nulla vale un sacrificio simile.

Insomma, il tutto si riduce in meno oggetti. Dunque, meno avere. Ma si esplica attraverso la - sicura - possibilità di avere più tempo per fare ed essere.

Insomma, aspettare oltre, sarebbe un atto di codardia nei miei stessi confronti.

Certo: se nella vita si vuole avere più che essere o fare (sic), non c’è verso. O si è straricchi o ci si spacca la schiena. Non parliamo di quelli che oltre a spaccarsi la schiena, non sono, non fanno, non hanno: che stanno aspettando a mollare tutto e cercare il tutto altrove?

Per cui quello che sto facendo e tutto il resto che continuerò a spiegare passo passo.

Stay Tuned eh.


12:15PM

Di cosa vivi? D'aria?

In un certo senso, sì. Anche perché il contrario invece cosa sarebbe? Di cosa dovrei vivere, di lavoro?

Calma: non pensiate che cerchi di sviare gli aspetti tecnici, logistici e anche economici della cosa. Entrerò nei dettagli uno a uno, con una sorta di outing personale senza reticenze e pregiudizi, ma soprattutto per far capire cosa sto facendo e farò, come, e perché.

Al tempo.

Intanto, per inziare un processo bidirezionale, mano a mano che spiego, cominciate con una domanda fondamentale: cosa farei se avessi 1 milione di euro in banca?

Cioè: se veramente potessi disporre del mio tempo senza per forza dover lavorare la maggior parte del mio tempo per poterne disporre di una piccola, piccolissima parte solo per me, cosa farei? Cosa vorrei fare?

Cosa diavolo farei ogni mattina quando mi alzo?

Insomma ci siamo capiti. Se la risposta è: “esattamente quello che faccio oggi”, allora state a cavallo ed è inutile che proseguite nella lettura di questo e degli altri post in merito.

Se invece la risposta è diversa, e soprattutto se è diametralmente opposta a quello che fate quotidianamente, allora una certa utilità (credo) nel leggere quello che ho da dire, e nel curiosare tra quello che sto facendo e farò, c’è.

Le mosse si sono evolute mediante alcuni aspetti:

  • una analisi della società e del mondo
  • una auto analisi
  • un desiderio (o della capacità di re-iniziare a desiderare)
  • una emozione (o della capacità di re-iniziare a emozionarsi)
  • la ricerca del coraggio
  • e la messa a fuoco della paura più grande (che è stato l’aspetto fondamentale del tutto)

E poi tutto è partito da un inventario. Da due calcoli differenti. Un lutto, un viaggio a San Francisco e un tuffo al cuore.

Provo a spiegare, passo passo, nei prossimi giorni. Prima di un silenzio mediolungo, e del botto di settembre.


11:50AM

Ipotesi di libertà (stiamo lavorando per questo)

Insomma la cosa dovrebbe portare alla libertà e prende le mosse, ovviamente, dal concetto di schiavitù.

Lavoriamo mediamente cinque giorni la settimana su sette (quando non di più), per cinquanta settimane l’anno su cinquantadue: è evidente che la cosa sia squilibrata (ancora di più se fate un calcolo preciso in base agli anni di vita che possiamo aspettarci e a quanti di questi passiamo a lavorare rispetto al vivere - fatelo voi, sto calcolo, ne vale la pena per prendere coscienza dell’aberrazione della cosa, che per me è troppo lavoro farlo - per non parlare del fatto che in realtà non possiamo aspettarci un cazzo, oppure tutto, ed è lo stesso e dovrebbe già cambiare la prospettiva di ognuno di noi).

Comunque.

È evidente anche che la cosa sia ingiusta: a meno che non si considerino corrette le minchiate relative al peccato originale o a tutte le stronzate che cercano di inculcarci in testa dalla rivoluzione industriale (che ci sta facendo letteralmente scoppiare le esistenze) ai giorni nostri.

Per non parlare delle stronzate mostruose secondo le quali, in ordine sparso, ogni tanto si sente dire che “siamo nati per lavorare” e che “il lavoro nobilita l’uomo”. Nell’ordine: per quanto attiene il primo caso, se non bastasse l’adagio romano “mica l’ho inchiodato io alla croce Cristo”, basta considerare che essere stati messi al mondo per lavorare e basta sarebbe una vera e propria bestemmia (vogliamo dire almeno fifty-fifty tra lavorare e godere della vita?); per quanto attiene al secondo caso, poi, è vero esattamente il contrario: il lavoro non nobilita affatto l’uomo, tanto che i nobili, infatti, erano tali proprio perché non lavoravamo (a lavorare erano gli altri, gli schiavi, appunto…).

Ergo, sgombrato il campo da queste stronzate, e fatto un po’ di lavoro culturale per eliminare il concetto di differenza tra “colui che è” rispetto al concetto di “colui che ha”, si può ovviamente partire dall’assunto che lavorare una vita per possedere oggetti è la cosa più squallida, inutile e ingiusta che si possa attuare nella sola vita che abbiamo. Non è una prova generale né una partita di un campionato lungo. La vita è una finale secca di Coppa dei Campioni. Senza supplementari. Senza partita di ritorno.
Decidere come giocarsi la partita, è in realtà il tutto che possiamo fare sperando che l’arbitro, o il Moggi di turno, non c’inculi.

Per non farsi sodomizzare, però, c’è bisogno di una tattica un po’ più delicata del camminare rasente i muri. C’è bisogno, soprattutto, di non farsi somministrare a forza degli anestetici mentre appunto ce lo infilano nel culo.

E qui, in questo, arriviamo a bomba su quanto faremo. (Per capire il processo nei minimi dettagli, che ha portato alla decisione che spiegherò in seguito, naturalmente ci vuole qualche anno di studi giusti, un ambiente fecondo intorno, e una discreta dose di coraggio: magari ne parleremo più in là).

Per ora questo: oggi lascio un contratto giornalistico - articolo 1, per intenderci, per chi conosce la cosa ed è ancora alla disperata ricerca di un posto fisso del genere inchiodato al desk di qualche redazione - con tutti i cazzi e gli stramazzi, undici anni di servizio a oggi, con tutti gli scatti, la Casagit, le ferie pagate e i superminimi eccetera eccetera eccetera, per ritrovare la libertà.

Insomma, tolgo lavoro e aggiungo vita. Ed è tutto. 

(passo passo vi spiego come eh, stay tuned)

UPDATE: mi fanno notare che devo una precisazione. Io sto dando le dimissioni, non si tratta di un licenziamento o scivoli o cose del genere. Si tratta di qualcosa che ho espresso all’editore così: “non ho più stimoli a fare questo lavoro. voglio cambiare la mia vita”. Ecco.